Nello sforzo che stiamo compiendo per riproporre la Democrazia Cristiana a Torino non possiamo dimenticarne la gloriosa storia anche a livello cittadino e provinciale.

Come nel resto d’Italia, si può affermare che la storia della Dc sia stata scandita da cinque generazioni.

La sesta sarà quella dei giovani che sapremo far crescere in questi mesi e che porteranno avanti il partito nuovo nei prossimi anni. Ci auguriamo che una nutrita schiera di millenials continui a testimoniare, in un contesto nuovo ma sempre bisognoso di un umanesimo integrale, gli ideali di Sturzo e De Gasperi.

La prima generazione di democratici-cristiani fu, a Torino come nel resto d’Italia, quella che aveva vissuto l’esperienza del Partito Popolare e l’aveva traghettata nel secondo dopoguerra dopo la dittatura del Ventennio e la II Guerra Mondiale.

Era costituita da personaggi apprezzati per le loro qualità personali, le competenze professionali e la coerenza dimostrata negli anni della dittatura. Ricordiamo, tra gli altri, Giovanni Bovetti, Andrea Guglielminetti, Federico Marconcini e Gioacchino Quarello.

Fu merito di questa generazione se l’egemonia in città del Pci terminò poco dopo la fine della guerra e della stagione resistenziale, nel 1951, con l’avvento dell’amministrazione centrista guidata da Amedeo Peyron, ricordata per il grande impulso dato alla ricostruzione materiale di un territorio messo in ginocchio anche dai pesanti bombardamenti alleati.

Collegata a quella degli ex popolari è l’esperienza successiva, fondata sui notabili, personaggi noti in città ed in regione come Amedeo Peyron, Teresio Guglielmone, Giovanni Anselmetti, Giuseppe Grosso capaci di coniugare capacità di conduzione amministrativa a doti professionali nel settore privato o in quello accademico.

Fu la stagione del grande sviluppo di Torino, guidata da giunte centriste (il centro-sinistra arrivò a condurre la città in ritardo rispetto al resto d’Italia nel 1966), che seppero coniugare le esigenze dell’industria con quelle della socialità.

Era la Torino di Italia ’61, capace di stare al centro d’Europa ricevendo la Regina d’Inghilterra, ma contribuendo assieme all’ente Provincia a costruire le infrastrutture che ne avrebbero evitato l’isolamento (Traforo del Gran San Bernardo e del Monte Bianco, autostrade Torino-Piacenza, Torino-Aosta e Torino-Savona).

La terza generazione è, in qualche misura, legata all’avvento dell’alleanza col Partito socialista e del consolidamento delle correnti interne alla Dc.

I suoi leader proseguono lo sviluppo della città, ma si soffermano anche sulla gestione ormai consolidata del potere con la preoccupazione rivolta alla tenuta del consenso in una città fortemente cambiata, divenuta una metropoli.

Essi vivono il dualismo tra la sinistra interna guidata Carlo Donat-Cattin distinta dal centro tradizionale che ha come riferimento Edoardo Calleri di Sala. C’è anche un destra interna sensibile ai valori religiosi con Oscar Scalfaro.

A livello amministrativo la terza generazione copre gli anni successivi al Sessantotto ed all’autunno caldo attraverso le amministrazioni di centro-sinistra protese a dare risposta alla classe lavoratrice ed ai suoi rinnovati bisogni nella città fordista (case, scuole, servizi pubblici). Ci riuscirà se, a posteriori, si buon ben dire che nessuno, in quel periodo, tra immense difficoltà, fu lasciato indietro ed abbandonato.

Poi arrivano le elezioni del 1975 in occasione delle quali il Pci conquista tutte le grandi città italiane, Torino compresa assieme alla Provincia ed alla Regione Piemonte.

Questa débacle favorisce l’avvento di una quarta generazione, a livello nazionale e locale. Guido Bodrato impone una linea più politica e meno sindacale alla sinistra interna torinese, Silvio Lega e Vito Bonsignore sostituiscono Edoardo Calleri alla guida del centro democristiano.

Dopo dieci anni di egemonia comunista e di immobilismo della giunta di Diego Novelli, Dc e Psi si ritrovano insieme agli altri alleati del pentapartito nel 1985.

Guidata da sindaci di area laico-socialista, con la Dc protagonista in giunta, Torino riparte col Piano regolatore di Augusto Cagnardi e Vittorio Gregotti, l’interramento della ferrovia Torino-Milano e la nascita delle Spine, l’avvio della Tav ed il completamento della Torino-Bardonecchia.

Poi arriva il cambiamento delle regole con l’elezione diretta del Sindaco e, a fronte di tante semplicistiche promesse, le cose vanno di male in peggio.

Unico acuto le Olimpiadi invernali 2006, merito non della politica, ma dell’effimero congedo dell’Avvocato dalla città.

Oggi vi è una quinta generazione alla guida del partito a Torino che ha vissuto più la stagione della frammentazione, della diaspora, dei disimpegni e dei tradimenti che quella della proposta e dei riconoscimenti.

Tuttavia, forti delle grandi realizzazioni della Democrazia Cristiana del passato, capace di offrire una prospettiva al tempo stesso di crescita e di equità, i democristiani di oggi continuano sulla strada di quelli che li hanno preceduti, consapevoli del valore comunitario ed individuale di quelle esperienze. 

Torino ha bisogno della Dc per ripartire.

La Dc c’è, a fianco della città.  


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