La sfida principale della Democrazia Cristiana, oggi, a Torino, è quella di ritornare ad essere presente in Sala Rossa nel 2027, sede del Consiglio Comunale di Torino.

La sfida del recente passato, quella di tornare ad esserci, infatti è stata vinta.

La Democrazia Cristiana torinese, infatti, concorre ininterrottamente a Torino dalle elezioni regionali del 2019 con propri candidati, in liste di convergenza centrista, dove sono visibili e dichiarati i rappresentanti del Drappo-crociato.

In questa veste ha partecipato sia alle regionali del 2019 che a quelle del 2024 ed alle politiche del 2022.

Ha presentato liste autonome in parecchi comuni della provincia di Torino, riuscendo ad eleggere consiglieri a Scarmagno, Gravere, Meana, San Didero, risultando decisiva a Rivoli nel 2019 e proponendosi autonomamente anche a Moncalieri 2021, Rivoli 2024, mentre a Nichelino 2022 era in lista composita, così come a Roure dove ha eletto un consigliere.

Ora è giunto il momento di fare il salto di qualità.

Per tornare ad essere un punto di riferimento della vita amministrativa torinese.

Innanzitutto proponendosi come il “vero” Centro, quale la Dc è sempre stato.

Non uno strapuntino come Renzi, un centrista che è stato il Segretario politico nazionale del principale partito della sinistra italiana facendolo entrare a pieno titolo nel Partito Socialista europeo e neppure come Calenda le cui fortune politiche sono fiorite all’ombra del Pd, ma nemmeno una presenza sempre più timida e residuale come quella di Forza Italia sempre più subordinata all’interno di un centro-destra attestato su posizioni populiste e poco moderate.

Questo vale soprattutto a livello nazionale.

A livello locale la contrapposizione sinistra-destra non ha portato visibili risultati, unendo peraltro nella fuorviante concordia istituzionale un capoluogo regionale di sinistra ed una regione di destra, entrambi accomunati dall’essere responsabili del declino torinese e piemontese degli ultimi trent’anni.

Sinistra e destra hanno fatto finta di contrapporsi, soprattutto in campagna elettorale, ma poi non hanno elaborato programmi e strategie differenziate, salvo l’abbondare in concessioni giornalistiche e mediatiche ad uso del proprio elettorato.

Mancato un Centro terzo tra sinistra e destra, è venuta meno la spinta propositiva e realizzativa.

Finita la presenza democristiana alla guida della città, non solo sono terminate le realizzazioni capaci di permettere a Torino di stare al passo coi tempi, ma si è creata una narrazione secondo la quale tutto andava bene e l’impossibile era finalmente a portata di mano, mentre, nei fatti, la città si impoveriva.

La manipolazione copriva l’inadeguatezza.

Che cosa era stata la Dc del grande sviluppo di Torino dal 1951 al 1992?

Un partito autonomo dai potentati economici, orientato a favorire contemporaneamente lo sviluppo e la coesione sociale, la cui azione era fondata sui valori cristiani in dialogo con la società.

Questo è il biglietto da visita con cui intende ripresentarsi la Dc per vincere nuovamente la sfida che seppe aggiudicarsi allora, in sintonia con la città e la sua provincia.

Non vi è questione la cui soluzione non passi attraverso questo metodo che, al tempo, era una virtuosa prassi politica.

Un partito non può essere succube delle forze economiche preponderanti sennò rimarrà al traino di interessi economici di gruppo o personale spesso non coincidenti con quelli della collettività, come è stata la vicenda della fuga della Fiat da Torino, coperta e non adeguatamente contrastata dalla politica.

Lo sviluppo economico deve essere improntato ad una capacità innovativa di stare sul mercato, premiando il profitto senza dimenticare gli ultimi e quanti non posseggono strumenti idonei ad una sempre auspicata ascesa sociale.

In questo senso la Dc era e resta un partito ancorato ad un’attenzione nei confronti della dimensione popolare e sociale della politica, consapevole del ruolo che la Chiesa torinese ha avuto ed ha tuttora in questa direzione.

Ritiene preferibile un impegno convergente dei cattolici, piuttosto che la loro frammentazione, escludendo fughe in avanti anche sul piano della rivendicazione che spesso si riducono, in un primo momento, ad essere velleitarie e, in un secondo tempo, assecondano proprio le peggiori politiche che si volevano contrastare.

Considera ingiusto e pericoloso il persistere di una città a due velocità, la prima che sta bene e la seconda che fatica sempre di più.

Propugna un’autentica ed equilibrata modernizzazione della città, innovativa nel suo sistema formativo ed universitario, nel trasporto pubblico, nel nuovo modo di progettare e produrre anche all’interno del suo territorio, nel cogliere e vincere le sfide della competizione globale, nella capacità di utilizzare al meglio gli spazi aperti dalla deindustrializzazione spesso – invece – appannaggio di progetti modesti, nella salvaguardia e nel recupero dell’ambiente naturale urbano.

La sicurezza è un problema antico e tipico soprattutto nei centri industriali e richiede, al contempo, azioni concrete rivolte sia alla ferma repressione dell’illegalità che al recupero degli individui e della socialità, fornendo prospettive positive e ferme a tutta la collettività.

Questa Dc, erede ed in continuità con quella del Progetto Torino, del piano regolatore di Gregotti e Cagnardi, dell’interramento della ferrovia Torino-Milano e dell’alta velocità, ma anche del sindacalismo bianco e del Ministro del Lavoro che volle e promulgò lo Statuto dei Lavoratori è pronta e si propone per una nuova stagione di sfide. 


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