La peculiarità della Democrazia Cristiana è sempre stata quella di essere un partito di progetto.
In altri spazi di questo sito avremo modo di approfondire i valori della Dc torinese, mutuati da magistero, gerarchia, clero e laicato capaci di lasciare il segno dentro la più vasta comunità civile cittadina.
Ma i democristiani hanno saputo apportare uno speciale contributo all’interno dell’ambito di loro specifica competenza, la politica, in particolare quella amministrativa.
Il sindaco Peyron disegnò il primo piano regolatore della città del secondo dopoguerra permettendo la convivenza tra attività industriali e residenza: nacque la città-fabbrica, fondamentale per dare quell’impulso economico che avrebbe fatto di Torino la capitale manifatturiera d’Italia.
L’evento di Italia ’61 fu l’occasione per abbattere le baracche di corso Polonia, così come si trasferirono in quel periodo i profughi istriani dalle Casermette di Borgo San Paolo alle case popolari di Lucento e tutto il popolare quartiere Vallette fu edificato secondo criteri urbanistici e costruttivi di qualità secondo l’indirizzo impartito da 45 architetti.
Negli Anni Sessanta le amministrazioni a guida democristiana (sindaci Grosso, Guglielminetti, Porcellana, Picco) seppero garantire case e servizi (moltissime scuole e gli ospedali San Giovanni Bosco e Martini) per una popolazione passata dai 700.000 abitanti del 1950 ad oltre un milione e duecentomila del 1975,
Veniva gestito un impetuoso sviluppo fatto allo stesso tempo di attenzione alle questioni sociali ed alla modernizzazione, in un contesto di garanzia del lavoro per centinaia di migliaia di immigrati dal sud d’Italia.
In particolare, in quegli anni, l’amministrazione comunale sollecitò le istituzioni politiche ed economiche competenti a superare l’isolamento di Torino con la costruzione delle autostrade verso Piacenza, Savona ed Aosta e la realizzazione della tangenziale.
Durante l’autunno caldo del 1969 la Dc non abbandonò la classe operaia alla facile strumentalizzazione del Partito Comunista grazie allo stretto rapporto tra Donat-Cattin ed il sindacato della Cisl.
Poi venne ll 1975 e l’avvento delle giunte rosse guidate da Novelli che bloccarono lo sviluppo.
Emblematica la vicenda della metropolitana che avrebbe dovuto collegare la Grandi Motori di Torino Nord a Mirafiori e che i comunisti bloccarono perchè “serviva alla Fiat”.
La Dc tornò al governo di Torino nel 1985 con il pentapartito e riprese la modernizzazione della città.
Se Lega aveva immaginato il superamento del modello fordista di fabbrica e città col Progetto Torino orientato verso il terziario avanzato, si deve a Bonsignore, insieme agli alleati del pentapartito, l’attenzione per l’alta velocità ferroviaria verso Milano e Lione e la redazione del nuovo Piano regolatore Cragnotti con la trasformazione della Spina Centrale e la valorizzazione delle aree dismesse.
Sempre in quegli anni la Dc esprimeva i presidenti che avrebbero completato l’autostrada Torino-Bardonecchia.
Sotto la regia dell’assessore regionale Leo, torinese, nasceva ad inizio del nuovo millennio la Torino Film Commision e la Reggia di Venaria marciava verso un pieno recupero conservativo: la Dc non era solo cemento e lavoro, ma anche cultura.
Uscita di scena la Democrazia Cristiana dalla vita amministrativa, si sono diradate quelle realizzazioni che, portando lavoro, migliorano anche le condizioni sociali di tutti.
Si è aperta la stagione della decrescita e della fuga, del tradimento verso la città e della sopravvivenza di una classe dirigenza fine a sè stessa, al suo riperpetuarsi sulla base di interessi personali senza alcuna ricaduta positiva per i cittadini.
La Dc era altro, un progetto duranto mezzo secolo, anche a Torino e per Torino.

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