Pessimo termine, che, però, come tutti quelli di origine anglosassone, ha il pregio dell’immediatezza, “vision” significa la capacità di immaginare con chiarezza una prospettiva futura.

La Democrazia Cristiana torinese ha una “vision” della Torino che si rinnova.

Del resto, come abbiamo descritto in un’altra sezione di questo sito, la Dc è già stato un partito di progetto, in grado, oggi, di indicare nuovi obiettivi a lungo termine.

In questi anni, al contrario, chi ha governato Torino ha avuto una sorta di “anti-vision” o, come si dice oggi, una visione al contrario.

Pensare di fare della città-fabbrica per eccellenza una città turistica era soltanto un modo per coprire la fuga di chi la stava abbandonando ed era alla ricerca di una copertura sociale, politica e mediatica.

Così pure, essere favorevoli all’alta velocità ferroviaria, come lo era buona parte del gruppo politico egemone in questi ultimi tre decenni, e strizzare contemporaneamente l’occhio agli antagonisti ed ai centri sociali rappresenta un esercizio tortuoso e velleitario destinato a creare soltanto confusione e paralisi.

Questa stessa classe dirigente ha spesso parlato di una Torino internazionale senza, per esempio, fornire la città di collegamenti aerei adeguati, appagata se reperiva qualche gruppo straniero in grado di investire in qualche struttura alberghiera di pregio secondo uno schema più neo-colonialista che risolutivo per l’economia locale.

Torniamo per un momento al passato.

Qual è stato lo schema dello sviluppo industriale della Torino novecentesca?

Progettazione, imprenditoria, finanza e politica.

Mettiamo dei nomi per ciascuna funzione: Giacosa, Agnelli, il San Paolo, la Dc ed i suoi alleati.

Questo schema ha permesso il successo della capitale dell’automobile.

Oggi occorre riproporre il medesimo schema, molto più complesso, se si vuole uscire uscire dalla condizione di decrescita infelice in cui versa Torino.

Evidentemente occorre mettere da parte idee balzane come la speranza di un futuro fondato sul turismo, che pure può essere potenziato attraverso una realistica valorizzazione del “bello di Torino”.

Ma anche insistere soltanto sui “toc” frutto della produzione di settori maturi a basso indice di profitto non permette di palesare tutte le potenzialità della città.

In qualche misura risponde più ad una legittima esigenza di tutela dell’esistente che ad una propensione verso l’innovazione. O, meglio, bisogna saldare le filiere attuali con quanto fa parte di qualcosa di nuovo, che peraltro vede l’Europa perdente.

Il nuovo è, al momento, l’immateriale che, ad un certo punto, si materializza.

Ci spieghiamo con degli esempi alla portata di tutti.

Il più grande media internazionale non produce contenuti (Facebook), la più grande società di taxi non possiede auto (Uber), il più grande hotel del mondo   non ha camere (AirBnB), così come il più grande supermercato non acquista prodotti (Amazon).

Le tecnologie di sharing sono più importanti dei prodotti, anche se, da concittadini di Vincenzo Lancia, diamo ancora importanza alla qualità del manufatto.

Tuttavia, Torino e l’Europa stanno perdendo questo round, il successivo dopo quello della manifattura: quello della conquista dell’orbita bassa e del prevalere del capitalismo immateriale.

Però, il match è ancora aperto, si va ai tempi supplementari, dove tutto può accadere.

Si vada, innanzitutto da europei, con la valorizzazione dell’area torinese in quanto centrale rispetto all’asse Roma-Parigi, possibile baricentro di una sorta di imponente, nuova Silicon Valley collegata da grandi vie di comunicazioni, alta velocità compresa.

Torniamo a questo punto allo schema dello sviluppo novecentesco che deve essere ripreso nel secondo quarto del secolo successivo.

Alta formazione, rinnovata imprenditoria, fondi di investimento, politica all’altezza delle sfide: questo il nuovo paradigma.

Torino può contare sulla qualità della sua Università e su una classe imprenditoriale con una forte tradizione ed un radicamento sul territorio.

Purtroppo i tecnici di alto livello a Torino si formano, ma a Torino non incontrano troppo spesso l’imprenditoria e, terminati gli studi, lasciano la città col loro ricco bagaglio di conoscenze.

Qualcosa in più si deve fare per superare questo problema.

Più problematico il fronte dei rapporti con la finanza chiamata a sostenere imponenti investimenti oltre le logiche familiari ed il limite evidente di una politica debole ed evanescente.

In questo senso la Democrazia Cristiana si ripropone perchè la  politica torni a ricoprire il ruolo che le compete, quello di collante e di promozione.

Lo seppe fare in passato, lo potrà fare anche nell’accompagnare la società verso il futuro.

Come seppe realizzare le infrastrutture e tutelare l’impresa, oggi ha le carte in regola per dare a Torino un ruolo in questa nuova fase dello sviluppo mondiale.

Da cogliere immediatamente prima che sia troppo tardi.


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